Sulle orme dei giganti...
Odi et amo. Quare id faciam fortasse requiris? Nescio,
sed fieri sentio et excrucior.
[Catullo]
Amore sei tornata
Ti rivoglio
Unica
Abbraccio
Tu che ne sai
The ring
I don't want to miss a thing
Il principe azzurro
Ritorno al passato, capitolo 20
Non me lo so spiegare
Senza parole
Ritorno al passato, capitolo 122
Ritorno al passato, capitolo 119
Non ti dimenticherò mai
Helena
Amico
Notti senza cuore, tradimento
Pop corn e patatine
Ninna nanna
A little respect
Love me in the space
Welfare
La luna
Memories
Dogville
La rana e il bue
Prova a prendermi
L'uovo di Colombo
Belle nuit d'amour
Nascondino dei sentimenti
Vivamus atque amemus
Il pendolo
Tre panini e un croccante
Il vaso di Pandora
I bambini fanno oh
E...
Galassia Simplyillusions
Rubik's Cube
Cubo di Rubik
Scacchi
Appalti
Perline
James Joyce
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Stupido Hotel
Rubik's Cube - Non più aggiornato
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Perline di Cinzia
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Torna a trovarmi
Erano le sei del mattino e si era svegliato definitivamente, dopo aver passato tutta la notte in treno, nello scompartimento buio, da solo, tra un dormiveglia e l'altro, tra una luce e una stazione. Mancavano almeno tre ore alla fine del viaggio ma già stava pensando a lei. L'avrebbe vista per la prima volta e l'avrebbe baciata subito, senza pensare se era bella o brutta, se simpatica o antipatica. Molto probabilmente non le avrebbe dato il tempo neanche di dirgli ciao. Sporchi come erano, quei sedili pieni di polvere gli stavano dando una brutta sensazione alla pelle, come se i microbi lo stessero rosicchiando, piano piano. Ma dentro di sé, in quel piccolo organo pulsante che trasmette linfa vitale a tutto il corpo, gli omini della felicità stavano brindando, sicuri che ce l'avrebbe fatta a realizzare il suo sogno: prenderla e portarla via per sempre. Ogni tanto guardava dal finestrino l'alba che sopraggiungeva; il mare, bello il mare. E quel sole ci si rispecchiava dentro, come nei paesaggi da cartolina. Ad un tratto vedeva lei in controluce avvicinarsi correndo; un ombra nera che tentava di abbracciarlo. Era la sua immaginazione. Quella scena se l'era vista decine di volte davanti agli occhi, l'aveva progettata per renderla il più dolce e incredibile possibile e nello stesso tempo voleva che diventasse più spontanea che mai. Ma perché proprio lei?
Forse perché era stata la prima a volergli bene da subito; forse per il fatto che tutto quello che faceva, per lei era bello, carino, dolce; forse perché lei non gli aveva mai mentito, ma molte altre l'avevano fatto, fosse stata anche aumentarsi un centimetro di altezza. E poi era l'unica che fino a quel momento, ogni sera le aveva inviato sul suo cellulare la buona notte, senza addormentarsi prima neanche una volta. Forse perché gli stava dando un amore costante e intenso, nonostante soffrisse segretamente e immensamente quella lunghissima distanza. Forse per tutte queste cose insieme.
Il vagone continuava a correre attraversando quell'infinito numero di stazioni. Sapeva il nome di quella in cui avrebbe dovuto incominciare a prepararsi per non doversi affrettare troppo all'arrivo della sua. In fondo se avesse potuto guidare quel treno lo avrebbe fatto correre così velocemente da non avere più il tempo neanche di avere i suoi pensieri, e, soprattutto, di pensare che lei avrebbe potuto anche non esserci, lì, ad aspettarlo.
Si stava preparando. A ogni istante l'incontro sembrava sempre più vicino e il treno era già ripartito per l'ultima tappa. Durante quel tempo il suo sguardo era rivolto a quella porta. Era il primo, l'avrebbe aperta lui. Ne stava studiando il funzionamento, per non farsi trovare impreparato: la maniglia sbloccava la serratura e un meccanismo legato ai cardini muoveva il coperchio che, alla base, copriva le scalette per la discesa.
Il treno cominciò a rallentare, la mano era sulla maniglia. L'abbassò appena il treno sbuffò per l'ultima volta, dopo essersi fermato, e scese. Forse aveva immaginato sempre che lei l'aspettasse proprio sul binario, e non era corta la strada per arrivare fino alle scale, quelle del sottopassaggio. Scese ancora. Un altro pezzo. Poi risalì. La freccia indicava da quella parte. Molto bella la stazione. In fondo l'uscita. Una panchina vuota, in lontananza. Sopra un foglio a righe. "Scusa. Non ce l'ho fatta. Non riuscirei a reggere la distanza. Ti voglio bene".
[Sabato, 1 ottobre 2005]
Bob: Tu non mi abbandonerai mai? Vero?
Alice: Non lo farò mai, lo sai. Ti voglio bene.
